nessun pensiero in particolare

scrivo più perchè non trovo nessuno in chat a quest’ora che per reale voglia di comunicare qualcosa di specifico e importante. ascolto musica a caso e penso a perchè bisogni trovare necessariamente un senso alle cose che si fanno. abbiamo l’ossessione dell’originalità e-ammettiamolo-a volte anche quello della finalità. quello che dimentichiamo spesso è il sentimento sotteso a una situazione, il motore di secondo piano che spinge a continuare a produrre e modificare la realtà che ci circonda. molto meglio allora mettersi come bukowsky a bere da soli in una stanza scrivendo quello che si pensa o che si ha fatto o che si vorrebbe fare. ma io non sto bevendo e l’unica cosa che vorrei è qualcuno sveglio con cui parlare in questo momento. i temi poi vengono fuori parlando. si delineano come punti di incastro tra apertura dell’uno e compatibilità dell’altro, corroborati dall’interesse e dalla voglia di stare insieme. molto meglio vivere senza una scelta fredda di cosa e quando. cosa ci siamo sognati di piegare la nostra voglia di vivere al pensiero puro e distaccato? responsabile lo chiamano. a me sembra solo alienante verso la vita vera e gli affetti e il naturale fluire dell’energia. siamo scaduti nell’illusione dell’individualismo a discapito della nostra vera natura di animali sociali. e lasciamo che siano altre forze, dotate di potere di persuasione basato sul timore di ciò che potrebbe accadere piuttosto che dalla paura di ciò che sta accadendo.
e poi ripensare a sentimenti e vaneggiamenti del passato, falsi sensi di colpa e ricusazioni di cosa siamo stati, ingannarsi che avremmo potuto essere diversi, comportarci diversamente, fare più e fare meglio. cazzate. non abbiamo il potere di tornare indietro e scegliere un altro bivio come nei librogame. anche se a volte è bello pensarci, ma è in fin dei conti una pia illusione, utile solo ad alleggerire il peso dei nostri errori; che qualcuno osa chiamare esperienza! ripensare nostalgicamente al passato può al massimo spingerci ad immaginare qualcosa che non è accaduto, inventare storie. le storie sono belle. e a volte sono più appaganti della cosiddetta realtà circostante, e sono spesso più comunicabili di quest’ultima. nelle storie ognuno proietta quelle parti di sè che stanno latenti dietro a una piega del proprio animo, aspettando solo un buono spazio esterno in cui riversarsi. e se nella realtà circostante questo spazio non si presenta perchè non inventarlo immaginando? o esporci ad un artefatto, tipo canzone, racconto, immagine, che funga da da palco su cui mettere in piedi la commedia delle proprie cose non (ancora) espresse? perchè credere ai ragionamenti ricchi di logica ma poveri di umanità di chi ci cerca di convincere che sono tutte favole e sono tutte inutilità che non avranno mai ripercussioni sulla vita reale? io credo che funzionino a un livello più sommerso, o nella realtà quando vengono condivise, o anche solo all’interno dell’economia energetica di una persona. tutto qui.

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